Filosofia

GENEALOGIA DI UNA CITTÀ
Letture in scena dal Politico di Platone

Sulla scena della Repubblica - lo abbiamo visto lo scorso anno – il Socrate di Platone aveva pronunciato una profezia potente: i mali del genere umano finiranno soltanto se si realizzerà una delle seguenti due possibilità: o i governanti dovranno diventare filosofi o i filosofi governanti.
Nel Politico, che leggeremo quest’anno, per far sì che i mali del mondo incontrino la loro fine, Platone prospetta ora una terza possibilità, e questa possibilità è che accanto al governante, che detiene il suo potere visibile, vi sia,nell’ombra, invisibile, la figura di un filosofo.
Dalla sua posizione invisibile il filosofo potrebbe dare al governante i consigli giusti , e così tutto all’apparenza resterebbe com’è, ma nella sostanza tutto cambierebbe. E cambierebbe nella direzione giusta.
Il testo del Politico è un lungo percorso teso a disegnare la figura di questo consigliere invisibile che agli occhi di Platone incarna l’essenza del vero politico, perché il vero politico non è chi detiene il potere, ma chi possiede la competenza che il potere richiede. Per delineare la figura di questa competenza, si comincia dalla parola che la indica. Il primo, piccolissimo, nucleo a partire dal quale si cominciano a cercare i contorni della scienza politica, è il nome della politikè epistème. Come spesso accade nei dialoghi di Platone, il nome diventa il seme in grado di generare l’ente vero a cui il nome si riferisce.
L’invito del testo è ad ignorare l’esistente - esteriore, visibile - relazione nome-cosa, per riferirci a quella situazione - già rivoluzionaria - per la quale non chi esercita il potere è re, ma chi, invisibile ma vero, risponde al significato del suo nome.

Lidia Palumbo e Piera De Piano

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