Punta Corsara in Il cielo in una stanza. Sotto la lente 40 anni di storia italiana tra emigrazione e speculazione edilizia

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La compagnia partenopea Punta Corsara nasce dal laboratorio Arrevuoto tenuto a Napoli e Scampia da Marco Martinelli nel 2005 e, potendo contare su talentuosi attori come Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, Emanuele Valenti, Gianni Vastarella, è diventata da subito una delle più apprezzate realtà del teatro contemporaneo italiano. Dopo una serie di successi, premi e riconoscimenti, sabato 28 gennaio, è arrivata sul palco dell’Auditorium del Centro Asi di Solofra per la rassegna teatrale di Lustri, curata da Enzo Marangelo, con Il cielo in una stanza per la regia di Emanuele Valenti.

Il titolo è lo stesso della canzone scritta negli anni Sessanta dal cantautore Gino Paoli e interpretata magistralmente da Mina, le cui note aprono lo spettacolo facendo da sottofondo ad una giovane coppia che negli anni Cinquanta acquista un appartamento grazie alla pensione di invalidità ottenuta in Svizzera. Dopo quarant’anni, il cielo è entrato realmente nella stanza. Di quell’appartamento e del palazzo non rimangono che poche macerie, tra le quali si snoda la quotidianità dei condomini, in bilico tra passato e futuro, non maschere ma personaggi da commedia, pieni di umanità come vuole la tradizione del teatro eduardiano: una vedova ossessionata dai piccioni; una madre e un figlio indolente; Alce Nero, un uomo che si rinchiude nell’armadio vestito da indiano cercando di sfuggire alla realtà; c’è chi quella realtà l’ha già rifiutata e ha deciso di rimanerne fuori, lasciando che la propria voce fuoriesca da un wc; e poi c’è Alfredo, l’unico condomino razionale e realista, che cerca di convincere gli altri a firmare l’atto che consentirà loro di uscire da quello stato di emergenza, di ricostruirsi una vita lontano da quel tafagno, da quelle macerie.

Il dubbio è FIRMARE o NON FIRMARE, qual è la soluzione migliore? Piuttosto che rimanere inerti è meglio agire, seguendo un disegno irrazionale, che vendichi l’origine del male, o rimettersi ad una burocrazia infinita, che in ogni caso si dimostrerà non risolutiva per i condomini? Partono una serie di confronti surreali, talvolta divertenti, fino al processo del giovane avvocato a cui i condomini si sono rivolti per uscire dallo stato di emergenza perenne in cui vivono, che avrebbe dovuto garantire loro certezze e sicurezze. L’avvocato, però, è figlio del costruttore del palazzo. Le colpe dei padri ricadono sui figli e il loro sacrificio è simbolico, affrancatore, fonte di riscatto e ribellione da un sistema speculativo, incarnato dalla figura di Achille Lauro, un sistema fondato sulla collusione tra vampireschi imprenditori e politici, che ignora esigenze ed aspettative della popolazione, costruisce città friabili, che non sono a misura d’uomo, senza alcun rispetto dei vincoli urbanistici, paesaggistici, dei rischi idrogeologici. Tre condomini sono a favore della firma, tre non intendono firmare e sono a favore del sacrificio del giovane avvocato. Come può superarsi questa situazione di stallo? Una seduta spiritica! Compare una teca contenente una reliquia, una mano. Viene invocato Cesariello, il defunto dell’anziana vedova armata di fucile per abbattere i piccioni, che aveva perso una mano lavorando da emigrante in Svizzera. Inizia il momento di maggiore impatto teatrale. Gli attori impossessati pronunciano le parole in maniera perfettamente e costantemente sincronizzata. È una voce unica, quella di Cesariello che è l’unico a conoscere la verità, lui soltanto sa ciò che è giusto fare perché solo chi è morto può vedere la vita in modo chiaro. Il conflitto tra le due parti, guidate da Alfredo ed Alce Nero, è destinato a rimanere aperto. Tutto può cambiare o tutto può restare immutato.

Alessandra Durighiello

Ultima modifica ilGiovedì, 02 Febbraio 2017 22:01
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