Vaga Vagina Vaga e il bisogno sociale urgente di parola delle donne

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Sabato 14 gennaio sul palco dell’Auditorium del Centro Asi di Solofra, nell’ambito della rassegna teatrale di Lustri curata da Enzo Marangelo, è andato in scena Vaga Vagina Vaga, lo spettacolo della Compagnia Senza fissa dimora interpretato da Amelia Imparato e Andrea Carraro nelle vesti anche di regista.

Sabato 14 gennaio sul palco dell’Auditorium del Centro Asi di Solofra, nell’ambito della rassegna teatrale di Lustri curata da Enzo Marangelo, è andato in scena Vaga Vagina Vaga, lo spettacolo della Compagnia Senza fissa dimora interpretato da Amelia Imparato e Andrea Carraro nelle vesti anche di regista. Vagina resta un termine davvero troppo scandaloso per le famiglie perbene, non politicamente corretto. Non la si può  nominare. Al massimo si può ricorrere a termini allusivi, più o meno simpatici, diversificati anche in relazione alla provenienza regionale. Figuriamoci cosa possa significare usarla! Parlare di Vagina, invece, serve a superare le ipocrisie che aleggiano attorno alla figura della donna, che non è né un enigma né un essere dall’interiorità misteriosa e a  strappare il velo del silenzio. Quello che non osiamo dire diventa segreto, poi vergogna e infine paura. Molte di noi sono cresciute con dei tabù sul proprio corpo, sul modo di rapportarsi a lui e di conseguenza sul sesso; molte di noi provengono da famiglie cosiddette tradizionali, prettamente patriarcali. I nostri genitori non hanno mai affrontato il tema della sessualità o del sesso non contemplandolo al di fuori del matrimonio. Da sole abbiamo costruito la nostra identità sentimentale e abbiamo capito cosa fosse la libertà sessuale, scontrandoci con una realtà che ancora ignora la parità di genere.  Le pagine di cronaca quotidianamente riferiscono di uomini che non accettano di essere rifiutati o lasciati dalle loro partners e le eliminano nei modi più cruenti, le sfregiano, le picchiano; di donne stuprate e torturate da un singolo o da un branco; di donne che non proteggono la loro intimità, non riescono a gestirla autonomamente senza interferenze e la condividono pubblicamente; di ragazze giovanissime che si vendono per una ricarica, per acquistare abiti firmati  o  smartphone. Questi sono i risultati dell’assenza di una educazione sentimentale e sessuale. 

Lo spettacolo Vaga Vagina Vaga,  che si pone nel solco tracciato da I Monologhi della Vagina di Eve Ensler, risponde al bisogno sociale urgente di parola da parte delle donne, di discussione, di demistificazione e di ulteriore liberazione, indipendentemente da ogni distinzione tra Occidente e Oriente, perché anche nelle società più “evolute”, in cui si millanta la libertà dei costumi e una maggiore disinvoltura sessuale delle donne, queste sono oggetto di pregiudizi e di feroci violenze fisiche e psicologiche a partire dal proprio nucleo familiare, che si aggravano ulteriormente, se è possibile, in caso di omosessualità. Il linguaggio utilizzato è semplice ma crudo, non lascia spazio alla simpatia e alla spontaneità che sono validi chiavi d’accesso a temi difficili e scomodi. Lo aveva capito bene Franca Rame, che con la sua determinazione e il suo garbo saliva sul palco rompendo tutti i tabù legati al sesso e alla femminilità, portando in scena la condizione della donna nel suo complesso. Non c’è spazio per l’ironia che avrebbe potuto anche divertire lo spettatore che, a tratti coinvolto a tratti incerto, assiste alla gioia di una donna nello scoprire la felicità e il benessere personale che può conseguire dal sesso, all’amore lesbico di una ragazzina che anni prima era stata abusata da un amico del padre, al rancore di una donna egiziana nei confronti del padre responsabile della sua infibulazione che riscopre il piacere della femminilità grazie alla musica di Mozart, il cui ritratto è il lato b di una Vagina.  La sperimentazione di nuove forme di comunicazione teatrale porta la cabina di regia sul palcoscenico, posizionata accanto ad un ambone fasciato da teli di plastica, così che Carraro possa intervenire con qualche annotazione, cerimoniosamente, tra un monologo e l’altro, durante il cambio d’abito della Imparato e allo stesso tempo manovrare luci e musica, una per tutte Pussy di Tom Jones. Si perde la spettacolarizzazione, la poesia, il coinvolgimento e l’emozione che si vorrebbero suscitare nello spettatore. Completano la scenografia  una sedia e una serie di immagini di uomini del teatro del Novecento e un’unica donna nel mezzo, Pina Bausch, spettatori involontari, coinvolti nella conoscenza dell’animo femminile.  

Alessandra Durighiello

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