Antonello De Rosa a Lustri Cultura in Dies - “Traccia di mamma”, una corda che vibra in platea

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di Piera Carlomagno

Cinquanta minuti sul filo di un’emozione che sfiora l’insopportabile. Antonello De Rosa a Lustri Cultura in dies di Solofra propone un’altra messa in scena capace di toccare quasi fisicamente gli spettatori. E’ ancora Annibale Ruccello il drammaturgo al quale fa riferimento e, dopo “Jennifer”, che il pubblico ha apprezzato nella stagione scorsa, il regista attore salernitano presenta quello che è diventato solo per caso il testamento del giovane autore napoletano scomparso tragicamente nel 1986: “Mamme”, quattro episodi-voci di donne nel buio della loro mente offuscata.

di Piera Carlomagno

Cinquanta minuti sul filo di un’emozione che sfiora l’insopportabile. Antonello De Rosa a Lustri Cultura in dies di Solofra propone un’altra messa in scena capace di toccare quasi fisicamente gli spettatori. E’ ancora Annibale Ruccello il drammaturgo al quale fa riferimento e, dopo “Jennifer”, che il pubblico ha apprezzato nella stagione scorsa, il regista attore salernitano presenta quello che è diventato solo per caso il testamento del giovane autore napoletano scomparso tragicamente nel 1986: “Mamme”, quattro episodi-voci di donne nel buio della loro mente offuscata. Il titolo è “Traccia di mamma”, perché è unico il filo conduttore in De Rosa, unico appare il personaggio, un’eroina quasi, per la forza con cui emerge ostinatamente dalla propria tragedia. Che è fatta di quell’entusiasmo con cui troppe donne hanno affrontato una vita loro proposta sempre con lo stesso modello, quello della celebrazione dei rituali quotidiani, nel matrimonio, nella maternità o nel desiderio di maternità, nella vita di società, nella devozione, nel rispetto delle regole. De Rosa si sofferma su due dei quattro episodi dell’opera di Ruccello. “Mal di denti” potrebbe essere letto come l’antefatto tragico della nuova vita di “Maria del Carmelo”, la permanenza in manicomio di Maria, il suo credere di essere la Madonna che la pone in conflitto perenne con suore prive di empatia. La donna che cerca disperatamente di rinascere attraverso ossessivi rituali religiosi, potrebbe essere la stessa che, in un flashback, cercava il riscatto sociale in un matrimonio deludente e che nel recitare quel ruolo fino allo sfinimento, spinge la figlia adolescente e incinta al suicidio. Quanta fragilità in quel volersi a tutti i costi incasellare nella griglia del modello sociale convenzionale, quanta fiducia in quel senso comune del dovere: le due donne sono la stessa donna e anche le due facce della stessa medaglia, la Fede completa e sublima quello schema, è nello stesso tempo il fine ideale e l’ultima spiaggia.
De Rosa si è avvicinato a Ruccello proprio attraverso questa sua ultima opera che quindi per lui diventa la più antica, alla quale lavora da anni riposizionandola ogni volta nell’attualità, ribadendo la ferocia del dialetto napoletano, però togliendo sempre qualcosa, scene, parole, colori, oggetti, puntando alla perfezione del messaggio e alla potenza del coinvolgimento del pubblico, che tiene avvinto strettamente in un silenzioso singulto. A sipario idealmente chiuso, lo spettatore resta inchiodato alla poltrona, incapace di elaborare l’emozione e di recuperare la presenza.
Un mantello rosso sangue sempre agitato da un’anima sull’orlo del baratro, un bambolotto legato al ventre come se fosse costantemente in procinto di essere partorito, una fasciatura bianca intorno alla fronte, sono simboli più che oggetti di scena, più che particolari dell’abbigliamento. Costumi di Liana Mazza, musiche di Fortuna Imparato, organizzazione di Pasquale Petrosino, scenografia di Simona Fredella, assistente alla regia Gina Ferri.

Ultima modifica ilLunedì, 14 Novembre 2016 14:49
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