La società dei devianti. Si completa la trilogia di Piero Cipriano, lo psichiatra riluttante

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Il protagonista dell’appuntamento di mercoledì 15 febbraio di I Viaggi dell’Eutopia, la sezione di Letteratura di Lustri curata da Renato Siniscalchi, è stato il medico psichiatra Piero Cipriano con la sua trilogia della riluttanza: La fabbrica della cura mentale, Il manicomio chimico e in particolare La società dei devianti

Il protagonista dell’appuntamento di mercoledì 15 febbraio di I Viaggi dell’Eutopia, la sezione di Letteratura di Lustri curata da Renato Siniscalchi, è stato il medico psichiatra Piero Cipriano con la sua trilogia della riluttanza: La fabbrica della cura mentale, Il manicomio chimico e in particolare La società dei devianti.

La psichiatria nasce come repressione, controllo, contenzione: nel 1793, nel pieno della rivoluzione francese, Philippe Pinel interrompe la coabitazione dei folli con i delinquenti, inserendoli in una struttura ospedaliera che ha tutte le caratteristiche di una prigione, il manicomio. Per duecento anni in questi lager sono state rinchiuse e torturate, umiliate migliaia di persone ritenute diverse o deviate, fino alla legge Basaglia del 1978 che ha decretato la fine dell’istituzione manicomiale, il cui fascino discreto si è però riprodotto altrove, nel Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Cipriano, lo psichiatra riluttante, critico e radicale, utilizza la metafora della fabbrica per indicare gli SPDC, reparti di quindici posti collocati in un ospedale generale, reparti chiusi, in cui si usano farmaci in abbondanza e si legano le persone. Il paziente entra con un comportamento deviato. Dopo due settimane  esce con un comportamento che è stato aggiustato dai farmaci e viene appaltato da altre strutture. E’ un manicomio circolare, illimitato. Il manicomio del futuro è ancora più sofisticato, perché non si vede, non è fatto di mura o di sbarre, è un manicomio chimico che si concretizza nella coppia diagnosi  - psicofarmaco, un manicomio fatto di un’etichetta diagnostica la cui conseguenza è sempre la prescrizione di uno psicofarmaco. Nella società nosografica e terapeutica domina la psicofarmacologia cosmetica, performante. Depresso, schizoide, hikikomori, iperattivo, bipolare, rom, migrante, nichilista: ad ognuna di queste etichette corrisponde un farmaco, una terapia, un luogo di rieducazione.  Si finisce per curare anche tratti della personalità e fasi fisiologiche della vita come la timidezza, la vivacità di un bambino, il lutto. Questi sono i devianti ovvero gli improduttivi della società, la cui improduttività rappresenta una fonte di guadagno per psichiatri e case farmaceutiche che ignorano le cause del disagio e prescrivono farmaci senza considerare gli effetti della cura nel lungo periodo. Cipriano si concentra soprattutto sul tema della depressione che sembra aver assunto connotati epidemici: è inquietante il dato secondo il quale negli ultimi vent’anni la vendita di antidepressivi negli Stati Uniti è aumentata del 400%. Si parla molto di depressione, senza sapere cosa essa sia effettivamente e ciò vale per gli stessi psichiatri. Già Ippocrate, più di duemila anni fa, distingueva tra una melanconia senza causa molto rara e grave e una tristezza con causa molto diffusa e non patologica; dal 1980 si sostiene invece che la depressione sussiste se per più di due settimane una persona ha almeno 5 sintomi su 9 tra demoralizzazione, perdita del piacere, disturbi dell’appetito e del sonno, pensieri di morte, perdita della concentrazione ecc. … Una persona apatica, stanca, che vive una vita lavorativamente frenetica o sofferente, triste, che non riesce in tempi brevi a superare la perdita di un familiare o una separazione viene oggi classificata come depressa. La nostra società manca di empatia, di sintonia, di capacità di entrare in relazione affettiva con gli altri.

Alessandra Durighiello

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