L'inganno di Ulisse al ciclope: il mio nome è Nessuno

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Come sarebbe l'Odissea senza la straordinaria scena che apre il racconto ai Feaci, quando con un tronco d'ulivo rovente, Odisseo acceca il ciclope Polifemo? Proprio al "duello" tra Odisseo e Polifemo è dedicato il secondo appuntamento di Ulisse mentitore, la sezione di EpicaScienze di Lustri curata dal professore Luigi Spina, che per l'occasione affida il commento critico al filologo classico Lorenzo Miletti. E' il duello verbale e intellettuale dall'epilogo cruento tra civiltà e barbarie, che si staglia in un abisso culturale e sociopolitico che rende impossibile qualunque forma di intesa e di dialogo. Odisseo è l'uomo civilizzato, intellettualmente curioso, istintivamente attratto e allo stesso tempo repellente verso ciò che è estraneo e diverso, religioso, con saldi principi morali; Polifemo è il simbolo di una condizione di vita primitiva, è asociale, ateo, violento e antropofago, è privo di qualsiasi accortezza: inizia a brancolare nel buio ancor prima di essere privato della vista, quando interviene la menzogna di Odisseo che lo inganna sulla propria identità.

 

L'inganno ai danni di Polifemo segue la stessa logica di quello del cavallo ai danni dei Troiani: come sulla spiaggia antistante la città non c'era ombra di soldati, non c'era nessuno nel grembo del cavallo, così nella caverna di Polifemo non c'è Odisseo, ma Nessuno. Chi è Nessuno si presta ad essere tutto, è inafferrabile, mutevole; per vincere le guerre e sconfiggere il nemico bisogna rendersi imprendibili alle sue mani e ai suoi occhi, rendergli impossibile risalire a colui che lo ha umiliato. Odisseo spezza il legame con il suo nome e le sue origini, smarrisce se stesso, non mettendo in conto il rischio di non tornare più a casa. 

Odisseo è un esploratore dalla sete conoscitiva sfrenata, cerca di oltrepassare i limiti della conoscenza umana e della compiutezza del genere umano: nel XXVI canto dell'Inferno Dante lo colloca tra i fraudolenti, per il suo peccato di superbia, per l'aver portato all'estremo la propria virtù cercando di assomigliare a Dio. "Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza", così persuade i suoi compagni a spingersi verso l'Oceano, a oltrepassare le colonne d'Ercole. L'astrofisico Luca Santoro traccia, parallelamente al viaggio di Odisseo, il viaggio di Pitea di Messalia, un astronomo prima ancora che un esploratore, che si spinse proprio oltre le colonne d'Ercole, alla scoperta dei territori dell'Europa del Nord, dei paesi dalle lunghe notti, di cui traccia le coordinate astronomiche di poco differenti a quelle odierne, nonostante non conoscesse i concetti di latitudine e longitudine. La sua impresa non è un viaggio verso l'ignoto, oggetto di in una narrazione fantastica, quanto attraverso luoghi e popoli descritti con precisione e rigore, popoli barbari diversi dai Greci; Pitea è tra i primi a scoprire che la notte polare è la conseguenza della diversa durata dei periodi di sole che è immaginato ruotare intorno alla terra (ritenuta una sfera) lungo un'orbita inclinata sul piano dell'equatore.

Sono inaspettati gli scenari che si dipanano dall'incontro dell'epica con le scienze.

Alessandra Durighiello

 

 



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